This land is your land, and this land is my land, cantava Woody Guthrie, il folk singer americano che aveva impresso sulla propria chitarra le seguenti parole: this machine kills fascists.
Ho impiegato del tempo a cercarne di adatte a contenere “La grammatica delle nuvole. Per un ritorno al fumetto popolare”, il bel saggio scritto da Lorenzo Calza - sceneggiatore di “Julia”, vignettista e romanziere - edito da LOW.Un libro che sono sicura vi conquisterà.
Ha dentro un odore particolare: sa di viaggio e di avventura, di tuono e di notte. Provate a infilarci il naso: lo sentite l’inchiostro, il calore della carta? Cosa vi ricorda? Estati lontane, indiani e cow-boy, cavalli al galoppo, la frontiera come orizzonte esistenziale, la dolcezza che si deposita sul fondo della sconfitta.
Sapore di un’epoca in cui “i nomi dei personaggi erano scolpiti nel vento”, quando si scriveva per gli altri, e non per stupire se stessi o la propria cerchia. I fumetti sono teatro popolare di massa, fonte di un immaginario alto che univa più generazioni, attraverso i diversi generi narrativi.
This land in your land. Le pagine che ho davanti sono erba appena tagliata, riflettono i pensieri e la vita di chi legge. Provate. Dentro ci siete voi, un io che diventa noi. Non più monadi isolate, disorientate e sgomente in un’epoca che appare senza speranza, ma un invito a ritrovare la fiducia e il senso di questa nostra esistenza attraverso le parole, il racconto.
Aprite un’altra pagina e annusate ancora, e ancora. Odore di crisi. Quella del 2008 ce la ricordiamo bene. Interi settori produttivi in ginocchio, licenziamenti, delocalizzazioni, precarietà, in una spirale che ancora stritola.
Ma a pochi è venuto in mente che la prima, grande crisi da cui siamo tuttora afflitti è di origine narrativa. Non è arrivata all’improvviso, no. È stata una lenta e continua erosione iniziata negli anni Ottanta, con la tv berlusconiana. Consuma, spendi, invidia il prossimo, smetti di pensare, di sperimentare, di amare.
“La stasi narrativa ha molto a che fare con l’invecchiamento precoce del nostro Paese”, scrive Calza. Un tempo, il cinema e la letteratura, oltre ai fumetti, creavano personaggi - personaggi, badate bene, non trame - in grado di interpretare lo spirito e i cambiamenti del momento.
“La cultura popolare è nel dialogo”, come una terra che è di tutti.
C’è un paragrafo di questo libro che ho molto apprezzato. S’intitola: “La mamma di Bambi”. Una mamma che nella grammatica odierna non può morire, visto che i nostri figli vanno tenuti al riparo da qualsiasi tipo di profondità, visiva e narrativa. Non più ombre sulle pareti oscure nella notte, nessuna strega che finisce nel forno, né stratagemmi per ritrovare la via di casa e della salvezza.
“La pedagogia di film, cartoni e fumetti per l’infanzia cede il posto a uno sfoggio di infantilismo adulto, senza più nessun distinguo rispetto al linguaggio della pubblicità e della narrazione - appunto- “adulta”. Quindi, più che a una evoluzione della narrativa per bambini, assistiamo a un’infantilizzazione di quella per adulti”.
Vero ma non troppo, dal mio punto di vista. Anche la narrativa per bambini appare liofilizzata, piena di storie senza capo né coda, per non parlare dei “manuali" su come affrontare ogni piccola questione: dai capricci alla pappa, al ciuccio, al primo giorno d’asilo (ne ho fatto uso anch’io), ma Pinocchio no. Il babbo che vende la giacca per acquistare i libri è troppo triste, troppo povero.
Tempo fa ne parlavo con un’amica libraia, la quale mi diceva che sempre più genitori sono alla ricerca dei classici, perchè ne abbiamo bisogno, grandi e piccoli. Ne abbiamo umanamente bisogno per non impazzire.
Chiudo con ciò che di me ho riconosciuto in questo saggio. Un me che dimentica l’io per diventare noi. Si tratta di un patrimonio comune popolato da nomi, titoli, storie che brillano come uno sguardo emozionato. James Cain, “Sentieri Selvaggi”, Horace McCoy, John Fante, “La fiamma del peccato” (che brutto titolo!), Elmore Leonard, “Ken Parker”, “Julia”, Jim Thompson, il più cattivo di tutti… Molte, tante fortune che porto con me.
This land è una dimora senza pareti.
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